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Al di là del baratro - recensioni

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Categoria: Recensioni e stampa libri
Pubblicato Martedì, 29 Dicembre 2015 02:24
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Recensione di Mirella Morelli su Cultura al femminile

Al di là del baratro di Giuseppe Pellegrino

Recensione di Mirella Morelli

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Nome libro: Al di là del baratro
Autore: Giuseppe Pellegrino
Genere: letteratura e narrativa
Editore: Runa Editrice
Data edizione: novembre 2015
Pagine: 263

“Al di là del baratro” di Giuseppe Pellegrino è il libro che porta a conclusione la cosiddetta “trilogia della metamorfosi”, iniziata nel 2008 con “Nemesi” e seguita da “Oltre ogni apparenza”.
In essa viene sviluppata un’idea che mi ha molto intrigato, e cioè che all’origine del mutamento radicale nella nostra esistenza c’è un evento casuale.

Sono sempre stata affascinata dalle teorie sulla casualità.

Ne ho letto dunque la sinossi e ho iniziato a ragionare sulla casualità drammatica al centro del libro: la perdita del lavoro.
Un evento simile ha la capacità di piombare come una mannaia sulla nostra esistenza, stravolgendola, condizionandoci, impedendo qualsiasi prospettiva futura.
Chi non ha vissuto in prima persona questo dramma ne avrà comunque sofferto per un familiare, un amico, un caro vicino di casa.
Così dannatamente diffuso, come problema.

La mannaia che da otto mesi si è abbattuta sul collo di Eugenio Finzi, il protagonista di “Al di là del baratro”, in qualche maniera è un evento casuale che ha attraversato anche la mia, e forse la vostra esistenza.
Ho iniziato a leggere il libro per scoprire esperienze comuni e, perché no, trovare conforto.
Quasi una storia per non sentirsi soli.

Ve lo dico subito, “Al di là del baratro” ha mantenuto tutte queste ma anche altre promesse: ho incontrato infatti un libro stupefacente per la sua forza, il suo rigore morale e la sua energia risolutiva.

Dunque chi si aspettava un libro “piagnone” rimarrà deluso: solo en passant il protagonista è raccontato nel suo stato di prostrazione di disoccupato: immediatamente dopo, complice l’inizio quasi miracoloso di un nuovo lavoro, comincia la sua epopea: Eugenio Finzi ci mostra il miracolo di una non rassegnazione, e di una non assuefazione al marcio, dando avvio alla ribellione verso la corruzione. Dimostra, poiché ne è naturalmente e intimamente convinto, che un altro modo di lavorare è possibile. Non è un eroe: è semplicemente un uomo in rinascita.

Il lavoro nella nuova azienda rivelatasi malsana dà avvio a molteplici inquietudini ma anziché soccombere come già i suoi colleghi, Eugenio stravolge ogni ruolo, ribaltandoli.
Il suo bisogno di onestà è talmente forte che nonostante conosca l’inferno della disoccupazione non esita a rischiarlo di nuovo pur di mantener fede al suo rigore morale.
La sua volontà di non arrendersi al male di cui è testimone, il suo bisogno di denuncia diventano esempio e sprone per gli altri colleghi, ingenerando la convinzione che insieme tutto è possibile: anche cambiare le sorti del domani.
Si fa così artefice e non più vittima del proprio e dell’altrui destino.

Personaggio volitivo e carismatico, Eugenio Finzi, pur tuttavia mai visionario. Ha i piedi ben piantati nella realtà, e voglia di lavorare facendolo nel modo migliore: senza perdere mai di vista i bisogni dei colleghi né i loro timori, sentendoli in sé con la stessa impellenza che se fossero propri.

Ovviamente la sua moralità è proprio quel che il nemico sfacciatamente disprezza.
Ecco le parole che gli vengono dette a fine libro:

“…io sono fatta per gestire il potere, anche nell’ombra, non per condividerlo, né per far entrare i semplici operai nel cuore delle decisioni aziendali. Troppi problemi, che lei, col carattere garibaldino e da eroe donchisciottesco, avrebbe ingigantito.”

Un garibaldino che si infiamma per i propri valori e per la propria moralità, questo certamente Eugenio Finzi lo è.  Ma non un illuso. È soltanto il nemico, preda della propria malvagità, a vederlo come un povero Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento.

Assistiamo insomma a due visuali di esistenza che si scontrano, al dualismo fra il Bene e il Male, ma soprattutto alle mille sfaccettature e ai mille inganni di cui si può essere vittima nella ricerca del primo, nella lotta al secondo:

“Meno il male è evidente e più è distruttivo. E poi, cos’è il male, se non il manifestarsi delle nostre ambizioni?”

“Si ricordi, Finzi… io sono il diavolo che si traveste da angelo, la donna angelica che si trasforma in lucifero… sono quel bene che tutti vogliono vedere, il sorriso di una malvagia matrigna, il cullare dolce di acque tranquille che improvvisamente s’increspano fino a diventare spaventose onde. Sono il male che non si vede e che c’è, nascosto nell’apparente bene dell’inganno.” 

Al contrario di Don Chisciotte il nostro protagonista è ben consapevole dei tranelli e delle brutture presenti nell’animo umano. Incontrandoli, li combatte.  E allorquando non ce la fa a sconfiggerli impara da essi, servendosene per fortificarsi:

“Dovevo ricordarmi di lui, dei suoi ultimi atti, fino a dissolvere il volto luciferino di quella donna nel volo maestoso di un’araba fenice. Rinascere dalle ceneri, come sempre avevo fatto.

Questo e molto altro è il romanzo “Al di là del baratro”: è anche un bel quadro familiare e un racconto del sentimento di amicizia, per esempio.
Così come è anche una lettura piacevolissima, grazie allo stile impeccabile, descrittivo e analitico dell’aurore.

Ma ho voluto mettere l’accento sul valore morale, e sulla capacità di reazione individuale, perché sono uscita dalla lettura di questo libro come da un bagno di fiducia, con un sorriso.

Mi piacerebbe metterlo a simbolo di un 1° Maggio che si avvicina.

 E senza alcuna retorica, con molta determinazione, farne il mio personale augurio per una Festa dei Lavoratori combattiva, energizzante e soprattutto fiduciosa.

 

Al di là del baratro, di Giuseppe Pellegrino, Runa Editrice – 2015


Recensione di Francesca Andreini su Leggere un bel libro.it

Quella di “Al di là del baratro” è la storia di un uomo, Eugenio Finzi, che crede di poter ricominciare a gustare la pienezza della vita, dopo un lungo periodo di disoccupazione.

Il nuovo posto di lavoro gli promette di ritrovare se stesso e la dignità perduta. Ma, ben presto, si rivela un luogo angosciante, basato sul sopruso e la prevaricazione. Sul quale, in sovrappiù, incombe un malcelato mistero.

E questa storia si svolge in un mondo bidimensionale, fatto solo di pochi luoghi (uffici aziendali, capannoni industriali, appartamento del protagonista) e pochi personaggi (capi, colleghi di lavoro, moglie e figlie).

Sembra quasi di assistere al restringimento di campo di una pièce teatrale, dove resta fuori tutto ciò che non riguarda l’azione specifica. E quello che appare naturale in teatro risulta invece quasi scioccante in un romanzo.

I personaggi, ridotti a dramatis personae con una sola funzione (il capo infingardo, il collega doppiogiochista, la moglie comprensiva ecc. ecc.) risaltano con l’evidenza di una forzatura.

E ciò che avviene in questo ambiente claustrofobico, con questi personaggi tipizzati, è un’azione che si risolve intorno a problemi stringenti, pensieri ossessivi, senza sfoghi, senza climax, senza catarsi finale.

Per cui la risoluzione, positiva, non vuole e non lascia la bocca dolce.

Amaro è il libro, amara è la rappresentazione della società e più ancora dell’animo umano perché se totale e dettagliata è la denuncia dei meccanismi spietati e ottusi di un certo capitalismo portato avanti con spietatezza tanto dura quanto, in fin dei conti, controproducente, ancora più totale e accorata è la descrizione dei comportamenti umani più bassi e egoisti, che creano divisione, odio e rancore.

C’è un tono dolente che pervade tutte le pagine del libro. Per cui ogni parola di denuncia rimane circondata, nella mente del lettore, da un senso di rifiuto e sgomento per come vanno le cose, in questo povero mondo. E qui sta, ai miei occhi, la forza di Giuseppe Pellegrino.

Nel non aver ceduto, nel credere ancora e nel lottare per proporre un modello diverso, l’utopia antica di un essere umano al servizio degli altri. Che lotta, lavora e si unisce ai compagni per cercare di alleviare la pena comune, le difficoltà che in fondo ci legano tutti, a qualsiasi classe sociale o categoria lavorativa si appartenga.

“[…] la realtà non è solo quella che affoga la nostra mente e il nostro animo nella routine
quotidiana, ma anche quella mai vista e né sentita, e forse anche minimamente percepita. La
realtà è laddove noi non abbiamo il coraggio di spingerci. È una realtà che vediamo all’orizzonte e che non distinguiamo, perché ne diamo un rapido sguardo, proseguendo poi nella nostra
quotidianità ritenendola utopia.”

Dice Giuseppe Pellegrino attraverso le riflessioni di Eugenio Finzi. E credo che in questo paragrafo stia il cuore del libro. Non cedere, resistere alle lusinghe della disperazione e della rassegnazione.
La grandezza dell’uomo sta nel lottare, come fa Eugenio, per riuscire a riaffermare la propria dignità attraverso il lavoro. Un lavoro dignitoso. Senza adeguarsi al solito mantra del tanto tutto è marcio, non serve a niente resistere.

Eugenio resiste e si sforza di costruire qualcosa di più e di meglio. La sua esperienza nell’azienda dove si trova a lavorare e della quale non accetta gli intrighi, i soprusi e le malversazioni, ha il sapore dell’utopia, appunto.

Ma, in fondo, si tratta solo di andare verso ciò che “vediamo all'orizzonte" in una dimensione che si rivela umana, raggiungibile.

Che fa sentire la codardia di chi cede senza nemmeno provare. Senza nemmeno ricordarsi che, almeno ogni tanto, si può e si deve sognare.


Recensione di Viviana su Leggere un bel libro.it

 “Al di là del baratro” è un libro che penetra nelle profondità dell'animo umano, fra cocenti delusioni e insperate rinascite, in un mondo del lavoro che presenta tutte le sue contraddizioni e spesso il suo squallore, dominato da soprusi e prevaricazioni di fronte ai quali l'uomo mostra il meglio e il peggio di sé.

Il protagonista, Eugenio Finzi, disoccupato da otto mesi, dopo un incontro casuale con un suo ex collega, riesce a fare un colloquio nell'azienda dove questi è dipendente e ad essere assunto. É il primo passo per uscire dal suo stato di prostrazione; la sua gioia è immensa, ma viene subito frustrata da losche vicende. Si rende ben presto conto che quell'azienda è insana dalle fondamenta. Inizialmente vorrebbe adeguarsi, tant'è che l'ambiente circostante fa di tutto per assuefarlo alle sue regole, ma le scoperte continue di gravi irregolarità e dell'ombra della riduzione in schiavitù, che lui stesso scoprirà, lo renderanno sempre più refrattario all'acquiescenza. 

Gli scontri con l'ambiente in cui è immerso sono continui e aspri. Con un suo vecchio e fraterno amico d'infanzia (uno degli snodi del racconto), che ritrova quale socio dell'azienda che l'ha assunto e con il quale intrattiene un breve ma burrascoso rapporto, fatto di intensi tuffi nel passato e di ritorni a un presente amaro quanto imprevedibile. Con il suo collega, Biagio, un altro dei personaggi importanti del racconto, da cui ottiene fedeltà ed amicizia, dopo aspri diverbi al limite della rottura e, soprattutto, dopo una sua confessione indotta, grazie alla quale ha la conferma di quanto sospettava fortemente. Con l'altra socia dell'azienda, la “Marescialla”, così chiamata per i suoi modi freddi e severi, con i quali copriva e avallava scelte illegali e teneva sotto sferzante disciplina i propri dipendenti. Infine si scontra con colui che, all'inizio del racconto, gli ha consentito di entrare in azienda: la sorpresa forse più amara, perché lo scopre in una veste incredibile e agghiacciante.

Lotta strenuamente con l'incubo del ritorno alla disoccupazione, che incombe e che gli si prospetta molte volte; ma non è dal suo vecchio amico fraterno, dalla “Marescialla” o dal suo ex-collega, grazie al quale ha ritrovato il lavoro, che subirà la più dura e tremenda lezione di vita; sarà invece proprio colei che l'ha aiutato per buona parte della sua ascesa in azienda, fino a fargli raggiungere inaspettatamente il vertice gerarchico, a insegnargli quanto sia a volte apparente il gesto altrui e quanto sia lontano dalla verità ciò che sembra ad essa così vicino e, per questo, limpido.

Questo è uno dei punti chiave del libro, al quale è dedicato un intero capitolo, il penultimo, ben sintetizzato dalla frase in quarta pagina: “il sogno è quel desiderio supremo che, a prescindere dal suo inverarsi, non ha ancora incontrato la realtà”. Ed è, infine, la metafora del potere: esso NON è visibile, va al di là della percezione comune, spesso si presenta come bene apparente, cioè sotto mentite spoglie, e la sua mimesi è tale che si adatta alla realtà per mutarla e colpire.

Il sogno non si dissolve ma la realtà lo attenua, fino a fargli perdere i caratteri dell'illusione e acquisire i contorni della realtà.


Recensione di Paola Alessandra Consoli - Opinioni e recensioni libri

martedì 17 novembre 2015

La recensione del giorno: "Al di là del baratro" di Giuseppe Pellegrino

 
AL DI LA' DEL BARATRO
di Giuseppe Pellegrino
Runa Editrice, 2015, pag.327
Genere: romanzo

Il terzo romanzo di una trilogia per questo autore, “che basa sull’evento casuale la mutazione radicale della propria esistenza”. Eugenio è un marito innamorato e padre di due figlie, un uomo come tanti che si trova improvvisamente a vivere otto lunghi mesi di disoccupazione, durante i quali tutte le certezze crollano e la disperazione bussa alla sua porta. Quando tutto sembra risolversi per il meglio, il ritorno al lavoro si rivela un incubo peggiore del precedente. Qualcosa di oscuro manovra i fili dell’azienda per cui lavora e la vita delle persone che ne fanno parte e quando Eugenio eredita a sorpresa questa azienda, sente tutto il peso e la responsabilità di risollevarne le sorti, salvare ciò in cui crede appassionatamente contrastando la corruzione, le contraddizioni si chi falsamente di definisce a favore dell’azienda e gli interessi personali che si celano dietro le quinte. Un romanzo attualissimo, a sfondo sociale, che narra la difficoltà di trovare e mantenere un lavoro, prima, e poi il desiderio di fare del proprio lavoro una missione, la realizzazione della vita stessa, di un sogno, anche quando la realtà e le trame nascoste fanno di tutto per impedire di saltare al di là del baratro.
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