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Al di là del baratro - recensioni

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Recensione di Francesca Andreini su Leggere un bel libro.it

Quella di “Al di là del baratro” è la storia di un uomo, Eugenio Finzi, che crede di poter ricominciare a gustare la pienezza della vita, dopo un lungo periodo di disoccupazione.

Il nuovo posto di lavoro gli promette di ritrovare se stesso e la dignità perduta. Ma, ben presto, si rivela un luogo angosciante, basato sul sopruso e la prevaricazione. Sul quale, in sovrappiù, incombe un malcelato mistero.

E questa storia si svolge in un mondo bidimensionale, fatto solo di pochi luoghi (uffici aziendali, capannoni industriali, appartamento del protagonista) e pochi personaggi (capi, colleghi di lavoro, moglie e figlie).

Sembra quasi di assistere al restringimento di campo di una pièce teatrale, dove resta fuori tutto ciò che non riguarda l’azione specifica. E quello che appare naturale in teatro risulta invece quasi scioccante in un romanzo.

I personaggi, ridotti a dramatis personae con una sola funzione (il capo infingardo, il collega doppiogiochista, la moglie comprensiva ecc. ecc.) risaltano con l’evidenza di una forzatura.

E ciò che avviene in questo ambiente claustrofobico, con questi personaggi tipizzati, è un’azione che si risolve intorno a problemi stringenti, pensieri ossessivi, senza sfoghi, senza climax, senza catarsi finale.

Per cui la risoluzione, positiva, non vuole e non lascia la bocca dolce.

Amaro è il libro, amara è la rappresentazione della società e più ancora dell’animo umano perché se totale e dettagliata è la denuncia dei meccanismi spietati e ottusi di un certo capitalismo portato avanti con spietatezza tanto dura quanto, in fin dei conti, controproducente, ancora più totale e accorata è la descrizione dei comportamenti umani più bassi e egoisti, che creano divisione, odio e rancore.

C’è un tono dolente che pervade tutte le pagine del libro. Per cui ogni parola di denuncia rimane circondata, nella mente del lettore, da un senso di rifiuto e sgomento per come vanno le cose, in questo povero mondo. E qui sta, ai miei occhi, la forza di Giuseppe Pellegrino.

Nel non aver ceduto, nel credere ancora e nel lottare per proporre un modello diverso, l’utopia antica di un essere umano al servizio degli altri. Che lotta, lavora e si unisce ai compagni per cercare di alleviare la pena comune, le difficoltà che in fondo ci legano tutti, a qualsiasi classe sociale o categoria lavorativa si appartenga.

“[…] la realtà non è solo quella che affoga la nostra mente e il nostro animo nella routine
quotidiana, ma anche quella mai vista e né sentita, e forse anche minimamente percepita. La
realtà è laddove noi non abbiamo il coraggio di spingerci. È una realtà che vediamo all’orizzonte e che non distinguiamo, perché ne diamo un rapido sguardo, proseguendo poi nella nostra
quotidianità ritenendola utopia.”

Dice Giuseppe Pellegrino attraverso le riflessioni di Eugenio Finzi. E credo che in questo paragrafo stia il cuore del libro. Non cedere, resistere alle lusinghe della disperazione e della rassegnazione.
La grandezza dell’uomo sta nel lottare, come fa Eugenio, per riuscire a riaffermare la propria dignità attraverso il lavoro. Un lavoro dignitoso. Senza adeguarsi al solito mantra del tanto tutto è marcio, non serve a niente resistere.

Eugenio resiste e si sforza di costruire qualcosa di più e di meglio. La sua esperienza nell’azienda dove si trova a lavorare e della quale non accetta gli intrighi, i soprusi e le malversazioni, ha il sapore dell’utopia, appunto.

Ma, in fondo, si tratta solo di andare verso ciò che “vediamo all'orizzonte" in una dimensione che si rivela umana, raggiungibile.

Che fa sentire la codardia di chi cede senza nemmeno provare. Senza nemmeno ricordarsi che, almeno ogni tanto, si può e si deve sognare.

   

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